risposta a Marco Vianello

Caro Marco Vianello,

grazie per il messaggio su due questioni che giudico basilari.

La prima è la possibilità, prevista dalla legge 133/2008, che le Università italiane si trasformino in Fondazioni.

Dall’esame dell’articolo relativo (il n°16) non sono assolutamente chiari né le finalità, né i vantaggi di una tale trasformazione. L’unico vantaggio esplicito è quello fiscale a favore di chi volesse fare “trasferimenti a titolo di contributo o di liberalità” a favore delle Fondazioni. È da notare, in merito, che l’incentivazione fiscale di tali donazioni potrebbe essere disposta dal governo anche a favore delle Università nella loro attuale forma giuridica. Ed è ancora più significativo notare che le incentivazioni non si applicano ai contratti o convenzioni di ricerca, che sono invece lo strumento più importante e consolidato per attrarre finanziamenti privati all’Università. L’articolo prevede anche che l’entità delle donazioni ricevute debba essere comunicato al Ministero che la utilizzerà “a fini perequativi” nello stabilire il finanziamento pubblico (che quindi dovrebbe diminuire per chi ottiene finanziamenti esterni).

Circa gli aspetti gestionali e organizzativi, oggi le università italiane hanno una notevole autonomia, che non sempre utilizzano al meglio, e che permetterebbe una organizzazione molto più flessibile di quella che abbiamo.

Per quanto riguarda le risorse umane, il testo riporta che “fino alla stipulazione del primo contratto collettivo di lavoro, al personale amministrativo delle fondazioni universitarie si applica il trattamento economico e giuridico vigente alla data di entrata in vigore del presente decreto”, e dopo?

Infine il decreto legge riporta che “alle fondazioni universitarie continuano ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università statali in quanto compatibili con il presente articolo e con la natura privatistica delle fondazioni medesime”.

Io credo che la natura privatistica delle fondazioni non sia tanto un mezzo per dare rilevanti vantaggi in termini finanziari e organizzativi all’Università pubblica, quanto rappresenti una forma di progressiva privatizzazione della stessa (”…l’ingresso di nuovi soggetti pubblici o privati…”) e di disimpegno del Governo da quello che è e deve restare invece una responsabilità pubblica, garantita dalla Costituzione.

Ricordo che qualche anno fa, su proposta del Rettore Milanesi, gli organi collegiali avevano approvato lo statuto della Fondazione Università di Padova. Non si trattava, ovviamente, della trasformazione dell’ateneo in fondazione, ma della costituzione di un organismo di diritto privato che diventasse uno strumento flessibile di raccordo con il mondo operativo e di coinvolgimento dei privati. Credo che tale progetto non sia mai uscito dagli archivi del Bo.

Altri sono gli strumenti per incentivare l’efficienza, l’efficacia e la correttezza degli Atenei italiani, a partire dalla loro valutazione e conseguente finanziamento secondo il merito. Come altri sono gli strumenti per ricercare una valorizzazione del rapporto tra Università e mondo produttivo, a cominciare dalla deducibilità fiscale per le imprese degli importi di contratti e convenzioni di ricerca o formazione sottoscritti direttamente con l’Università.

Sic stantibus rebus, ritengo che la trasformazione dell’Università di Padova in Fondazione non sia assolutamente giustificata. E comunque sono convinto che qualsiasi cambiamento sostanziale delle regole del gioco debba essere approvato in Ateneo con maggioranze larghe e dopo estese consultazioni con tutti gli organi collegiali.

La seconda questione posta è quella contenuta nel disegno di legge (n°1387 “Valditara”) all’esame del parlamento.

Questo disegno di legge si propone di intervenire pesantemente sulla governance delle Università italiane. In particolare vorrebbe depotenziare il ruolo del Senato Accademico che diventa un comitato scientifico o al più una assemblea i cui compiti importanti sono di approvare il piano triennale di sviluppo dell’Ateneo (una volta ogni tre anni), dare un parere sul bilancio preventivo e approvare il bilancio consuntivo (si noti l’incongruenza di un Consiglio di Amministrazione che approva il bilancio preventivo e attua tutta la gestione finanziaria, ma non approva il bilancio consuntivo, ruolo invece riservato al Senato Accademico). Al contrario verrebbe fortemente potenziato il ruolo del Rettore, che avrebbe anche la potestà di scegliere e nominare tutti i membri del Consiglio di Amministrazione, con l’unica eccezione di un rappresentante degli studenti (unico membro elettivo).

Questa proposta è stata fatta propria dal Governo che vi sta apportando notevoli modifiche, anche con il concorso dell’opposizione.

Sembrerebbe che lo slogan condiviso fosse: “fuori i professori dagli organi dove si distribuiscono le risorse, sono in conflitto di interesse“. Si potrebbe anche condividere la giustificazione ma la questione di fondo diventa: fuori i professori e dentro chi?

Che senso ha un organo collegiale con funzioni gestionali e organizzative importantissime composto dal Rettore, da componenti scelti da lui e da uno studente? Assomiglia molto più ad una Giunta del Rettore - magari formata dai prorettori, a Padova sono 10 (più 34 delegati) - che ad un organo collegiale.

Ho già avuto modo di scrivere alla stampa locale (l’intervento dovrebbe uscire giovedì) che in questo modo non si ovvia al problema dell’autoreferenzialità in quanto si sostituisce l’autoreferenzialità del mondo accademico con quella di un solo accademico, il Rettore.

Un Consiglio di Amministrazione fatto prevalentemente da esterni (che per di più, a differenza degli Stati Uniti, non contribuiscono in maniera rilevante al finanziamento dell’Ateneo), diventa una forma di deresponsabilizzazione dell’Università quando, più che mai, è necessaria una nostra assunzione di responsabilità chiara e netta.

La nostra Università, pur in modo non del tutto lineare (specie sotto il profilo dei pesi e contrappesi tra gli organi di governo) ha scelto con il nuovo Statuto di andare in una direzione diametralmente opposta: potenziamento del ruolo del Senato Accademico e separazione netta delle competenze di Senato Accademico e Consiglio di Amministrazione. Il Consiglio di Amministrazione previsto dal vecchio statuto includeva alcuni rappresentanti designati da enti esterni (enti locali, fondazioni bancarie, ecc.), che però non hanno mai svolto un ruolo efficace di stimolo e di indirizzo, ma si sono trovati coinvolti nella gestione quotidiana dell’Ateneo. Per questo col nuovo statuto i membri esterni non sono più presenti nel Consiglio di Amministrazione ma dovrebbero costituire la Consulta del Territorio. Organismo previsto ma ancora sulla carta.

Io penso anche che il Rettore non debba essere un manager, cui compete la gestione, ma il primus inter pares, con funzioni di ideazione, indirizzo, coordinamento, verifica e garanzia.

Due pilastri di questa impostazione sono: il rafforzamento dell’efficienza e della managerialità dell’Amministrazione centrale e periferica e il potenziamento del Nucleo di Valutazione, che dovrebbe diventare strumento indispensabile di analisi e proposta per gli organi collegiali.

In conclusione credo che sia quanto mai opportuno attivarsi per cercare di far modificare il disegno di legge, piuttosto che darlo per acquisito e mettersi identificare i possibili componenti di un Consiglio di Amministrazione completamente diverso.


Vi chiedo di inviare i vostri commenti su questo tema in modo da attivare un vero dibattito sul futuro dell’Università.


Firma Giovanni Bittante


—–Messaggio originale—–
Da: Marco Vianello
A: giovanni.bittante@unipd.it
Oggetto: due quesiti sul futuro dell’Ateneo


Caro Professor Bittante,


in occasione della Sua Candidatura a Rettore per il prossimo quadriennio, Le rivolgo 2 quesiti su questioni chiave per il futuro dell’Ateneo:


1) Cosa ne pensa della possibilita’, prevista dalla legge “Gelmini” del 2008, che l’Ateneo diventi una fondazione? Nel caso si dovesse arrivare ad una decisione di questo tipo, qualunque sia l’organo preposto a prenderla, sarebbe disposto a farla precedere da un REFERENDUM CONSULTIVO tra i lavoratori e gli studenti dell’Ateneo? (ad esempio tramite un pronunciamento delle strutture, Facolta’ e Dipartimenti,dove voterebbero tutti i docenti e le varie rappresentanze)


2) In questi giorni e’ stato depositato in Parlamento l’ennesimo ddl delega di riforma del sistema universitario, che prevede una nuova forma di governance, con rinnovati e molto maggiori poteri al Rettore, che nominerebbe 7/9 del Consiglio di amministrazione.
Nel caso diventasse Rettore e fosse chiamato a fare queste scelte, potrebbe indicare quali personalita’ e figure vedrebbe piu’ adatte, in particolare per quanto riguarda i 4 membri esterni?


La prego di rispondere nel modo piu’ preciso possibile su questo punto, che e’ una questione chiave per capire la strategia dei candidati a Rettore e per il futuro del nostro Ateneo.


In attesa di una Sua cortese risposta, che se non lo ritiene inopportuno diffondero’ presso altri colleghi eventualmente interessati, Le porgo i miei piu’ cordiali saluti, ringraziandoLa per la disponibilita’ al dialogo con l’elettorato.


Marco Vianello
associato di analisi numerica
Dip.to di Matematica Pura e Applicata