risposta a Paola Bressan

Cara Paola,

ti ringrazio per l’apprezzamento delle idee che sto esponendo durante gli incontri nelle facoltà e nei dipartimenti.

Ti ringrazio anche per quell’unica che non condividi.

Hai ragione nel dire che un ricercatore dovrebbe fare quasi solo ricerca, anche se purtroppo capita molto raramente. Quando dici che il ruolo del ricercatore è stato stravolto dall’eccessiva attività didattica e che dovremmo correggere questo stravolgimento, non posso che essere d’accordo con te. A questo proposito, la scorsa settimana nel Senato accademico il prorettore Voci ha portato in discussione la proposta di mettere un limite massimo all’attività didattica dei docenti e ha proposto 25 CFU, che è un valore molto alto, ma ha spiegato che l’assetto didattico del prossimo anno è ormai definito e non si può stravolgerlo ora. Sono intervenuto dicendo che approvavo la proposta ma che chiedevo che tale limite fosse abbassato da subito per i ricercatori a 18 CFU. La proposta è stata approvata all’unanimità. È anche questo un valore molto alto, ma lo potremo abbassare ancora il prossimo anno. L’importante è che, per la prima volta, sono stati sanciti due principi: che c’è un limite massimo all’attività didattica e che tale limite deve essere più basso per i ricercatori.

Tra le motivazioni del fatto che il 15% dei ricercatori va in pensione come ricercatore, non c’è solo lo scarso valore del ricercatore stesso o l’insufficienza di posti di associato, ma anche la latitanza o lo scarso valore accademico degli ordinari del settore, o lo scarso riconoscimento del merito scientifico o culturale sacrificato ad altri, meno nobili, requisiti.

Detto ciò, per fortuna diventare professore non significa però dover abbandonare la ricerca per dedicarsi solo all’insegnamento e alla “gestione”. La differenza tra il ricercatore, il professore associato e il professore ordinario è, o dovrebbe essere, nel livello di maturità scientifica, non certo nell’attitudine all’insegnamento; infatti, se è vero che l’associato fa una prova didattica, tanto per lui che per l’ordinario la valutazione comparativa è basata sostanzialmente sulle pubblicazioni scientifiche.

Ma proprio perché, come tu dici, “ricerca e insegnamento richiedono passioni e abilità differenti, che non sempre coesistono nello stesso corpo”, nel mio programma ho concluso il capitoletto sulla valutazione della ricerca con “Saranno infine doverose forme di flessibilità e compensazione tra impegno documentato nella ricerca, impegni istituzionali e attività didattica” proprio con l’idea che chi è più portato per la ricerca e lo dimostra con i risultati (pubblicazioni importanti e/o finanziamenti ottenuti) dovrebbe poter ottenere una riduzione, se non l’esenzione, dell’attività didattica, mentre chi non è particolarmente interessato alla ricerca potrebbe compensare con una maggiore attività didattica o istituzionale.

Cordiali saluti.


Firma Giovanni Bittante


-----
Da: Paola Bressan
A: giovanni.bittante@unipd.it
Oggetto: a proposito di ricercatori Caro Giovanni Bittante,



mi ha fatto molto piacere avere l'opportunità di incontrarti (ieri, all'incontro presso la Facoltà di Psicologia; ero seduta in prima fila). Le tue idee mi piacciono tantissimo -- beh, tutte eccetto una, e per questo ti scrivo.

Hai detto che il fatto che il 15% dei ricercatori vada in pensione senza aver fatto carriera è segno di qualcosa che non va: o valgono così poco che non sono riusciti ad andare avanti, o sono troppi rispetto alla disponibilità di posti da associato (o entrambe le cose).

La tua posizione è perfettamente razionale se accettiamo il presupposto su cui la basi, cioè che il ruolo di ricercatore sia a tutti gli effetti un "entry level" e che tutti i ricercatori aspirino alla carriera. Ma è fondato questo presupposto?

Come sai, il compito del ricercatore è di fare ricerca (e attività didattica integrativa). Dallo statuto giuridico non si evince che il ricercatore debba trattenersi nel ruolo solo per alcuni anni, né che debba rappresentare la versione miserabile del professore associato. Né mi risulta che per diventare associato si debba per forza passare dal ruolo di ricercatore. E nemmeno che lo stipendio del ricercatore con una certa anzianità di servizio sia indecoroso.

E' vero che il ruolo del ricercatore è stato nel tempo stravolto, caricando i nuovi assunti di responsabilità didattiche pari e a volte superiori a quelle dei professori (per quanto la capacità di insegnare non venga valutata affatto negli esami di concorso a ricercatore) e sottraendo forze e respiro alla ricerca, ma è proprio questo stravolgimento che dovremmo correggere.

Ricerca e insegnamento richiedono passioni e abilità differenti, che non sempre coesistono nello stesso corpo. Alcuni di noi amano fare ricerca così tanto da voler rimanere ricercatori per sempre.

L'Università che sogno è quella in cui le persone (di qualsiasi età) che amano soprattutto insegnare, e lo fanno bene, possano fare principalmente insegnamento, mentre le persone (di qualsiasi età) che amano soprattutto fare ricerca, e lo fanno bene, possano fare principalmente ricerca.

Che ne pensi?

Grazie, e un saluto molto cordiale,

Paola Bressan
Dipartimento di Psicologia Generale, Universita` di Padova